Una squadra, tanti colori e tante storie di speranza

Si chiamano come gli esuli troiani dell’Eneide, perchè come quei naufraghi destinati a fondare Roma, sono uomini in fuga da guerre e violenze. “Liberi Nantes”, la prima squadra di calcio italiana interamente formata da rifugiati politici e richiedenti asilo, è nata a Roma su iniziativa di un gruppo di tifosi dopo l’esperienza dei Mondiali Antirazzisti. I suoi giocatori provengono da Afghanistan, Guinea, Eritrea, Togo e Repubblica Centrafricana, spesso non parlano la stessa lingua, ma formano una squadra coesa che è stata protagonista della recente edizione dei Mondiali Antirazzisti di Casalecchio del Reno e si appresta a competere nel prossimo campionato di terza categoria.

Così l’avventura iniziata nel novembre scorso grazie al sostegno della Fondazione Don Luigi Di Liegro e proseguita durante l’inverno con due allenamenti settimanali nel centro sportivo della Uisp “Fulvio Bernardini” di Pietralata, sta iniziando a partecipare a vere competizioni sportive. «Per formare la squadra abbiamo contattato i vari centri di accoglienza per rifugiati di Roma », racconta Gianluca Di Girolami, presidente della squadra e tra gli ideatori dell’iniziativa. «Ad oggi sono passati per i nostri allenamenti oltre 100 ragazzi, atleti veri ma anche persone che non avevano mai giocato a pallone – racconta – alcuni si sono spostati per lavoro o per motivi legati alla loro condizione giuridica e alla fine ne sono rimasti una trentina, che formano la squadra attuale ». Cos’è il gioco? «Un modo per dare a questi ragazzi un momento di tregua dalle angosce che vivono quotidianamente, tra il colloquio con la commissione territoriale che può dare loro asilo politico, protezione umanitaria o diniego, l’appello dopo un eventuale diniego, quindi l’urgente ricerca di un lavoro». Saimir è afghano e si è trovato costretto a partire, dopo che gli hanno ucciso un fratello, attivo nel suo stesso gruppo politico. La sua fuga è durata mesi, attraversando il Pakistan, l’Iran, quindi il pericolosissimo passaggio dalla Turchia alla Grecia, prima di arrivare in Italia. Giocava a calcio anche nel suo paese, ma oggi questo sport ha per lui un valore nuovo. Perchè per queste vite sospese nell’attesa del responso della commissione territoriale, praticare uno sport diventa un modo per sentirsi ancora vivi. Una questione chiave è poi quella del lavoro.

Il richiedente asilo può lavorare solo se dopo 6 mesi dalla richiesta non ha avuto una risposta definitiva, ma non sempre a quella scadenza arriva il permesso. «Quando sei abituato a lavorare e avere un buon livello di vita – spiega Patrik, ingegnere di un Paese africano costretto alla fuga dopo ripetute minacce di morte dovute alla sua attività politica – è duro non poter neanche cercare lavoro. È duro non poter spendere se sei abituato a un buon livello di vita ». Il gruppo, cui oggi si associa anche una cooperativa di carcerati, grazie al progetto di produzione di magliette “Made in Jail”, vuole crescere, come si vede dal sito www.liberinantes.org. E lo fa con l’entusiasmo di chi sa che se una partita non è nulla, per chi in questo Paese ha messo in gioco la propria vita, resta un modo per fare conoscere storie di passione e coraggio, spesso ignorate nelle nostre quotidianità.

Di: Ludovica Jona (ludovica_jona@yahoo.it) Da: Epolis (www.epolis.sm)

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20.7.2008 | Rassegna stampa

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