Liberi Nantes F.C. – Sperando nei tempi supplementari

Il campo di gioco è un rettangolo di terra e polvere. L’aria è così umida che dopo cinque minuti le maglie si appiccicano alla pelle. Dalla polvere si alza un clamore indistinto di dialetti africani e arabi: grida di gioia per un gol, imprecazioni per un fallo subìto o per un passaggio sbagliato. Sono poche, invece, le esclamazioni in italiano. Mohammed ruba palla a centrocampo, supera un avversario e allarga sulla fascia sinistra. Viene da Ghazni, in Afghanistan, non ha un lavoro e vive in un centro d’accoglienza di Roma. Leya aggancia la sfera e corre verso la rete. Vede un compagno in area e fa partire un potente cross. Ha 19 anni e viene dalla Guinea, anche lui è disoccupato e passa gran parte della settimana seduto su un marciapiede davanti alla questura di Roma. Patrick si libera del difensore e mette la palla in rete anticipando il portiere. Viene dal Togo e le autorità italiane hanno appena respinto la sua domanda d’asilo. È solo un allenamento, ma in tribuna qualcuno applaude l’azione. Mohammed, Leya e Patrick sono nomi di fantasia perché le autorità dei loro paesi d’origine li credono morti da molto tempo. Sono rifugiati e indossano la maglia della Liberi Nantes Football Club, la prima squadra di calcio in Italia composta interamente da vittime delle migrazioni forzate. Quest’anno, pacchetto sicurezza permettendo, giocheranno nel campionato di Terza Categoria. I ragazzi hanno l’aria stanca di chi viene da lontano e non ha una casa né un lavoro. Hanno rischiato la vita in mare o in guerra, e ora il loro porto felice è un rettangolo di terra battuta a pochi chilometri dalla tangenziale di Roma.

Questa città fu fondata dagli esuli troiani, anch’essi migranti forzati. Nell’Eneide, Virgilio descrive il naufragio dei troiani con le parole “rari nantes in gurgite vasto” [pochi naufraghi nell’immenso mare]. Da qui il nome della squadra, che è composta da circa 25 giocatori afgani, eritrei, guineani, iracheni, nigeriani, sudanesi, togolesi e congolesi.

La corsa del capitano

La difesa della porta mezza arrugginita è affidata a Ibrahin, un imponente togolese di 27 anni, che è anche il capitano della Liberi Nantes. Appesantito dalla maglia in poliestere e lana, ha gli occhi stanchi di chi non dorme da giorni. Prima di entrare in campo bacia la foto del figlio che non vede da quasi un anno, da quando è scappato dal carcere militare dove era rinchiuso da cinque mesi. “Non piacevo al governo perché ero di un partito d’opposizione”, racconta Ibrahin, che lavorava come ingegnere ed è stato arrestato dopo una manifestazione contro il presidente Faure Gnassingbé. “Hanno massacrato migliaia di persone e i giornali non ne hanno parlato”. Fuggire era l’unica cosa da fare. Oggi divide una camera in un centro d’accoglienza con altre sette persone. “Vorrei tornare dalla mia famiglia ma non posso. Quando non mi alleno, passo le giornate a cercare lavoro. Ringrazio l’Italia per avermi salvato la vita. Nella Liberi Nantes ho trovato altri ragazzi nella mia situazione e questo mi ha aiutato molto”. Stando insieme ai compagni, Ibrahin ha capito cosa significa integrarsi: “Durante la corsa di riscaldamento del primo allenamento si sono creati due gruppi. Gli africani correvano vicini tra loro, lontano dagli iracheni e dagli afgani. Non era bello, soprattutto perché avremmo dovuto giocare insieme tutto l’anno”. Al terzo allenamento, Ibrahin ha rallentato il passo per stare vicino agli afgani. Con il passare del tempo gli altri lo hanno imitato. Il resto, come dice lui, “è stato un miracolo”.

Oggi lui e Taki, un difensore di 25 anni di Kabul, stanno in testa al gruppo nella corsa di riscaldamento. Alle  loro spalle eritrei, iracheni e sudanesi scherzano tra loro. Di solito Ibrahin passa le sue giornate nella sala d’attesa di un avvocato. Le autorità italiane hanno appena respinto la sua prima domanda d’asilo e aspetta l’esito del ricorso. Il risultato della sua partita più importante è in mano alla commissione territoriale che dovrà decidere del suo futuro.

La normativa sul diritto d’asilo è stata modificata nel novembre del 2007 con due decreti legislativi emanati del governo di Romano Prodi, in attuazione di altrettante direttive dell’Unione europea. Le modifiche hanno introdotto importanti miglioramenti, tra cui la sospensione del decreto di espulsione in presenza di un ricorso. Ma non è detto che le cose continuino a migliorare.

“Con il governo Berlusconi la vita per noi rifugiati è più difficile”, dice Ibrahin. La colpa è del decreto legislativo sul riconoscimento e revoca dello status di rifugiato inserito nel cosiddetto “pacchetto sicurezza” che il governo di centrodestra ha varato il 21 maggio. Il nuovo decreto prevede – in violazione dell’articolo 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – la cancellazione della sospensione e il rimpatrio del richiedente se la domanda è stata respinta in prima istanza. Criteri pericolosamente validi per Ibrahin, che rischia di tornare nelle carceri di Gnassingbé.

Dalle onde a centrocampo

La regia del centrocampo è affidata a Ghedam. È eritreo, ha 23 anni ed è accusato di diserzione. Ha una corporatura esile e non indossa i parastinchi, ma tiene i calzettoni abbassati alle caviglie, come faceva Maradona. Non è un caso se Ghedam fa il tifo per il Napoli. Aveva appena cominciato gli studi di ragioneria quando il governo l’ha costretto ad andare in un campo militare a pochi chilometri da Asmara. Con l’esercito etiopico alle porte, il suo paese non aveva bisogno di ragionieri ma di soldati. Finisce il primo tempo della partitella di allenamento. Ghedam ha corso molto, ma non sembra soddisfatto della sua prestazione. Approfittando dei cinque minuti di pausa, si fa passare una borraccia e si spruzza un po’ d’acqua sulle ginocchia sbucciate. “Non volevo fare il soldato. Ho approfittato della libera uscita e sono scappato”, dice Ghedam. Una scelta irreversibile. Un posto in canotto da Tripoli a Lampedusa insieme ad altre quaranta persone gli è costato 1.200 dollari, i risparmi di una vita. È in Italia da un anno ma non ha ancora trovato un lavoro. Quando gli chiedo se era consapevole dei rischi di quel viaggio, mi guarda, sorride e dice: “Non avevo scelta. In un altro paese sarei morto di fame, di sete o ammazzato”. La traversata è durata 35 ore, passate tra la stretta soffocante dei passeggeri a bordo e il fetore di due compagni di viaggio sudanesi già morti.

La commissione territoriale a cui Ghedam ha presentato la prima istanza d’asilo ha rifiutato la sua richiesta. Ha fatto ricorso, ma dal suo sguardo si vede che ha il terrore di un nuovo rifiuto. Ghedam non può tornare a casa: è questa la differenza tra un rifugiato e un immigrato. Se vuole rimanere in Italia, non può contare sull’aiuto di nessuno. Inoltre i rifugiati sono sorvegliati costantemente dalle autorità e i loro nomi sono registrati in questura, così non possono entrare clandestinamente nel mondo del lavoro. In Italia non esistono politiche di reinsediamento dei rifugiati: se Ghedam e gli altri rifugiati non trovano un lavoro in regola entro un anno rischiano di uscire dal circuito dell’assistenza. Per sei mesi possono stare nei centri di prima accoglienza, poi devono cavarsela da soli.

Tattiche e talento

Sta per ricominciare l’allenamento. Prima di rientrare in campo Ghedam parla con il suo connazionale Salih. Dai gesti sembra che gli stia chiedendo di verticalizzare di più al centro. Intanto, arrivano altri due afgani: hanno fatto un colloquio per lavorare come camerieri ma dalle facce sembra che non sia andato bene. Si ricomincia.

Quando Ghedam non ha il possesso di palla, dice ai suoi compagni cosa fare e dove passarla. Il suo bersaglio preferito è Salih, che non sembra gradire le attenzioni del compagno. Ghedam vivrà ancora per qualche giorno nel suo centro, dividendo la stanza con altre otto persone. Nel frattempo, in attesa di un impiego, disegna geometrie per la Liberi Nantes Fc. Geometrie che, come in ogni squadra che si rispetti, hanno bisogno di una punta per essere finalizzate. Il goleador della Liberi Nantes è afgano e si chiama Karim. Il suo sogno è fare un gol in serie A. È agile, potente e ha un sinistro formidabile. Nel 2005 i taliban hanno ucciso la sua famiglia e i militari statunitensi gli hanno distrutto la casa. Karim è stato costretto a scappare nascosto in un tir con altre cinquanta persone. Dopo cinque giorni di viaggio è arrivato in Italia.

Karim è un ragazzo di poche parole, ma è un esperto calzolaio. Esce dal campo zoppicando a causa di un’entrata troppo vigorosa di Awote, il mediano sudanese. Gli faccio i complimenti per la partitella e lui accenna qualcosa a metà tra una smorfia di dolore e un sorriso. Visto da lontano ricorda Spillo Altobelli, non solo per il fisico longilineo, ma anche per la rapidità nel tiro e la capacità di sfuggire al marcatore e battere a rete in modo imprevedibile. Prima che Awote lo mettesse a terra, aveva segnato due gol. Anche Karim vive in un centro di accoglienza ed è senza lavoro. Non ha nessuna intenzione di tornare in Afghanistan e del presidente Hamid Karzai dice che è “un pupazzo, messo su una sedia dagli americani”. È il momento dei tiri in porta, ma la caviglia gli fa male. Si siede a bordo campo e mi spiega la sua teoria sui taliban, che gli hanno ucciso il padre davanti agli occhi: “Sono come la mafia qui da voi in Italia: distruggono i campi, uccidono la gente e rubano quel poco che abbiamo”. Per Karim sarà dura fare la punta in Terza Categoria, dove la tecnica e la fantasia non contano molto. L’importante è avere dei buoni parastinchi.

Tutta l’attrezzatura è fornita dalla Liberi Nantes Asd: le divise vengono consegnate agli atleti al loro arrivo e poi ritirate a fine allenamento per essere lavate. Le maglie sono marcate Made in Jail, vengono cioè prodotte dai detenuti di Rebibbia, mentre i colori sociali sono quelli delle Nazioni Unite. Anche il responsabile dell’associazione sportiva, Gianluca Di Girolami, indossa scarpe da calcio e pantaloncini. Deve rimediare all’assenza di un giocatore e copre il ruolo di terzino sinistro.

Gianluca ha dedicato anima e corpo alla squadra. L’idea è nata nel luglio del 2007 ed è decollata rapidamente: è bastato il passaparola nelle mense nei centri d’accoglienza, nelle code davanti alle questure o negli studi degli avvocati. Da allora più di 120 rifugiati hanno giocato con la Liberi Nantes Fc. “È dura. Molti fanno dei sacrifici enormi per venire agli allenamenti”, spiega Gianluca. “E poi giocano con l’ansia di essere rispediti da un momento all’altro nel loro paese”. In Italia, solo nel 2007, le sette commissioni territoriali hanno esaminato 13.509 domande di asilo: tra queste, 1.408 sono state accettate. Molte persone attendono l’esito del ricorso, ma c’è anche chi è dovuto tornare indietro.

“Noi andremo avanti”, dice Gianluca, “perché anche loro hanno il diritto di giocare. Il diritto di divertirsi. Questi ragazzi hanno già avuto una vita a metà, noi vorremmo regalargli un po’ di normalità”. L’allenamento è finito. In campo rimane solo Karim, seduto sulla sabbia a toccarsi la caviglia, mentre gli altri corrono a festeggiare l’arrivo delle nuove maglie. Qualcuno gli mostra sorridente la sua maglia, la numero 9. Chissà se farà in tempo a indossarla.

Articolo di Lorenzo Tondo (tondolorenzo@hotmail.com)

Foto di Liana Miuccio (www.lianaphoto.com)

Tratto da Internazionale 761 del 12 settembre 2008 [pp. 66-68]

12.9.2008 | Rassegna stampa

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