Il corridoio è lungo e illuminato, le voci arrivano da uno spogliatoio ben tenuto. Panche e appendiabiti ripitturati di recente. Fa ancora caldo fuori. Sul campo di pozzolana, in mezzo alla terra appena dissetata dai primi temporali, una pioggia di sassi. Fabrizio Proietti, l´allenatore pasticciere sottratto alle creme del laboratorio di Montespaccato, ha una dolce sorpresa. Venti palloni nuovi, comprati personalmente. Rotolano sul campo, terra e polvere che tira vento. Volti felici. Da ragazzo, Proietti arrancava in serie C a Grosseto, poi lasciata magliette e scarpini in un angolo, fu un noto programma sportivo della televisione di stato ad occuparsi di lui. Simulava schemi con la Playstation per una squadra di promozione, geometrie vincenti. «Ma se i suoi avessero perso, la fama non sarebbe mai arrivata», scherza Gianluca Di Girolami, presidente per diletto e convinzione del Liberi Nantes (www.liberinantes.org).
La sfida oggi è un’altra. Folle, civile, coraggiosa. Fornire a chi scappa da persecuzioni, carestie e dittature, l´occasione di dimenticare per due ore gli inferni pregressi e futuri. Finora non ci aveva pensato nessuno. Una squadra di rifugiati richiedenti asilo. Dal Liberi Nantes, in 365 giorni, sono passati in centoventi. Gente ospitata in un centro di accoglienza dall’imbrunire fino al mattino dopo, con la compagnia dei ricordi feroci e delle tante ore senza meta, in attesa di un´occasione. Di quanto questa sia grande davvero, ti accorgi solo quando li vedi arrivare ordinatamente con le borse piene, in un pomeriggio aggrappato alle coincidenze di una metropolitana. Dialetti africani e afgani. Neri e bianchi. Etiopi ed eritrei. In gruppo. Ridono, si scambiano pacche sulle spalle, corrono, si impegnano. Esercizi, ripetute, tiri in porta. In pantaloncini, affronteranno il campionato di terza categoria. Che vincano o perdano, importa poco. Saranno in ogni caso fuori classifica.
Giulio Ciacciarelli, dei Liberi Nantes è il direttore sportivo. «Diciamo che aiuto». Nella vita si occupa di consulenze informatiche. Parla senza enfasi ma l´orgoglio, fatica a trattenerlo. «L´idea era quella di creare un´attività che regalasse svago a persone che dei drammi umani hanno assaporato ogni gradazione». Uomini in attesa, comunque. «Lo status di rifugiato viene concesso in pochissime circostanze e L´Italia è tra le nazioni europee più riottose ad accordarlo» spiega Di Girolami. Non è però l´unica carta a disposizione, illustra. «Il permesso per scopi umanitari, un foglio che permette di rimanere nel nostro paese a tempo determinato (da 1 a 5 anni, rinnovabile ndr) è tramutato spesso in permesso di lavoro». La chiave per abbandonare il centro di accoglienza e ricominciare. «Andarsene è l´aspirazione massima, il segno di una vittoria sul fronte dell’integrazione ma è anche, ovviamente, il passo più arduo». La gestione di un´impresa senza fini di lucro è trapezistica.« A parte il problema dei documenti, solo l´affitto del campo costa centinaia di euro al mese. L´Uisp di Roma e la Fondazione “Don Luigi Di Liegro” ci sostengono da sempre, ora cercheremo qualche sponsor». L´ultimo concetto, lo sostiene col timido pudore di chi due volte alla settimana mette a rischio la propria lavatrice col materiale donato da qualche squadra dilettantistica. La Pescatori Ostia, ultimo approdo dell´ex nazionale Marco Del Vecchio, ha dato un paio set di maglie, Roma e Lazio, al momento nulla. C´è tempo. Per adesso Di Girolami e i suoi amici si accontentano di qualche segno non monetizzabile: «Ogni tanto, magari con gli occhi, i giocatori ci ringraziano. Qui esploriamo ogni giorno un territorio sconosciuto, mettere insieme 25 adulti che vengono da esperienze disperate, rappresenta un azzardo. In un anno non è mai successo niente e non credo si sia trattato di fortuna».
E´ il miracolo di una passione senza frontiere, quello che fa rimanere seduto a bordo campo Patrick, musulmano di Guinea, in pieno Ramadan. Non partecipa, non mangia, non beve. Ma è qui. Concentrato. Ha guidato per ore, raggiunti Senegal e Tunisia, preso un aereo per Roma. «Non sapevo una parola di italiano e non avevo un soldo, cavarsela è stata un´impresa». La sua patria, ricca di oro, diamanti e bauxite, fa parte di un passato cui non si augura di porgere l´altra guancia in tempi rapidi.«Sono partito perché la dittatura dura da oltre 25 anni. Il presidente Contè non vuole cedere il potere. Chi protesta, viene ucciso o imprigionato. Sono stato arrestato e torturato e quando la porta della prigione si è aperta, non mi sono guardato indietro». Evaso, di notte, «con l´aiuto di Dio». Sospira. «L´Africa non è lo spot che i media irradiano di continuo. E´ solo un affare, molto remunerativo. La Francia ci propina pace e guerra, a suo piacimento, da sempre. Non c´è libertà di parola, immaginate Veltroni parlar male di Berlusconi e dopo un´ora, essere catturato». Allora meglio il calcio, senza pedate, che la vita che ne ha già date abbastanza. Bakari fa il portiere. Parla un italiano fluido, in Togo ha lasciato figli, compagna e un´infantile infatuazione per Thomas N´Kono, il clownesco collega camerunese di Spagna `82. Ha spalle larghe, un velo di malinconia e mani enormi usate per difendere la propria integrità mentale e il Liberi Nantes. Mentre argomenta, non distoglie lo sguardo dai suoi compagni. «Non credevo esistesse una realtà simile. Questa disorganizzazione armonica, così bella, anche da respirare. Essere uniti è sorprendente, all´inizio neanche parlavamo tra noi, ora lottiamo l´uno per l´altro». Incroyable. «In patria facevo il barista, una vita normale, i soldi da spendere, il tempo con i miei figli. Poi, dopo una manifestazione politica, la polizia perquisì il mio appartamento e mi portò via». Niente particolari in cronaca. «Sono arrivato da voi in inverno. Un freddo terribile. Il primo mese l´ho passato dormendo per strada, senza un soldo, aiutato solo dagli africani che gravitavano intorno alla stazione Termini. Col loro aiuto ho chiesto asilo, iniziando a frequentare il campo per non pensare troppo a lungo. Tra i pali riuscivo a tenere a riposo le preoccupazioni». Ogni tanto ritornano e lui chiude lo specchio. «Vorrei il ricongiungimento familiare ma prima devo guadagnare. Essere nero, non spalanca nessuna porta. Vedono un colore, ti ascoltano sommariamente e poi ti incasellano in una categoria». Lui non piange però. «Non servirebbe a niente. Anche se è nascosta, l´allegria trova sempre la maniera per fregarti».
E accenna una smorfia, proprio qui, a Pietralata, nei luoghi che Pasolini incontrò quasi mezzo secolo fa: “Poi vennero due o tre con una palla, gli altri buttarono le cartelle sopra un montarozzetto e corsero dietro la scuola, nella spianata che era la piazza della borgata (…) Prima di cominciare buttavano le dita per dividersi e dei mucchietti di briccole facevano da pali alle porte. Chi non aveva voglia di partecipare si metteva a sedere per terra e si guardava la partitella, magari sfottendo quelli più scarsi”. Accade esattamente così quando Saimir, afgano di etnia Hazara, numero 7 sulle spalle, getta la palla oltre l´altissimo reticolato che circonda il campo. «Sembri Baptista», ironizza qualcuno, «Je piacerebbe», ribatte un altro. Saimir, (nome d´invenzione come tutti gli altri), scuote la testa. Poi si ferma, sudato e stanco. Ha viaggiato per settimane attraverso Iran, Turchia e Grecia, ha dormito in montagna lasciandosi dietro povere case di fango, legno e paglia bruciate all’ombra delle carcasse dei carrarmati sovietici. Vessazioni e sterminii in atto da secoli da parte dei Kouchi, nomadi di etnia Pashtun. Nel 1992, gli uomini di Sayaf e Massud uccisero 8.512 persone in un sol colpo. «L´Afghanistan non è guarito e io non posso e non voglio tornarci. Il pallone mi solleva anche se c´è una parte di me che è morta per sempre. Cammino però a testa alta e non ho timori per il futuro, conosco la vera paura. Cos´altro può capitarmi?». Poi chiede permesso e si infila sotto la doccia. Acqua calda, dopo tanto freddo.
Da Il Manifesto del 21 settembre 2008
Articolo di Malcom Pagani (malcom.pagani@libero.it)
Foto di Alberto Urbinati (alberto@liberinantes.org)
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| 28 | Real Macopi | 16 | Liberi Nantes |
| 28 | Urbetevere Calcio | 16 | Vitinia Calcio |
| 25 | Colli Portuensi F.C. | 15 | G. Castello |
| 25 | Aranova | 8 | Newteam |
| 20 | Bravetta | 8 | Maccabi |
| 19 | Polisp. Ostiense | 8 | Cerenova United |
| 19 | Larcet | 8 | Zarlenga Portuense |
| 18 | Ostia Lido Calcio | ||
| vs | ||
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